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Se mia nonna avesse le ruote

IMG-20151129-WA0001Un claim decisamente vintage. Se ricordo bene era lo slogan pubblicitario dell’azienda con lo swoosh che avevo fotocopiato nella mia vita precedente. Il cartello guida vive la sua pluridecennale esistenza sull’armadio degli utensili e con il tema che mi hanno proposto ”i genitori e l’illusione di avere un figlio campione nel nuoto”,  ci sta. 
L’argomento, unito alla campagna contro l’abbandono dell’attività sportiva, è uno dei miei prediletti. A proposito nel 2014 mi ero più volte espresso, come in “fenomeni vs. scarsi” o “un pensiero che dilaga”, ma come sappiamo la categoria esordienti vive di stagioni.
Stamattina, con il Trofeo esordienti sprint 2015 in evidenza e un poco di tempo, ho riletto i commenti.
Rispetto al passato, “il vissuto presente” mi pare diverso. Più che una frustrazione genitoriale per i risultati ottenuti o mancati, la sensazione avvolgente che emerge con prepotenza, io la definirei ansia. Non da prestazione, semplicemente ansia. A proposito sono andato a ripescare qualcosa che avevo già letto e mi sembra azzeccato.
Qualsiasi istruttore giovanile, di qualsiasi sport, sa che una parte importante e difficile del suo lavoro è “allenare” i genitori. La linea di campo tra gioco e stress per il bambino è sottile, quanto quella tra il buon genitore che si limita a far capire l’importanza formativa della disciplina e dell’impegno e quello che invece invade, soffoca, s’arrabbia, giustifica, pretende. In un vecchio pezzo di Repubblica il pedagogo Emanuele Isidori, docente di etica e filosofia dello sport, diceva “L’influenza negativa della famiglia è il nocciolo del problema. Troppi genitori proiettano sui loro figli le proprie frustrazioni e aspettative, caricandoli di ansie deleterie. Da una nostra ricerca del 2009 risulta che tra gli 8 e i 12 anni la maggioranza dei bambini pratica sport per vincere, come principale motivazione: questo è grave”
“La mia squadra ideale è una squadra di orfani” è la vecchia battuta che gira tra allenatori (e non solo) Un paradosso, ovviamente.
Sempre da Repubblica riporto anche le parole di Isabella Gasperini, psicoterapeuta dell’età evolutiva che collabora con varie squadre di calcio. “In dieci anni la situazione è peggiorata di pari passo con l’aberrazione del calcio professionistico. Senti questi genitori parlare delle partite dei figli come se fosse serie A: la tattica, il mister… Purtroppo avvertire che questi comportamenti fanno solo danni è inutile: sono meccanismi involontari. Quello che cerco di far capire è che i bisogni dei bambini sono diversi dai loro. I bambini accettano l’errore e il fatto che un altro sia più bravo come una cosa naturale, e invece li vedi costretti a impegnarsi per realizzare i sogni dei genitori dietro la rete secondo un loro tacito e insano accordo. Vanno invece lasciati liberi: di sbagliare, di creare, di calciare come gli viene, di sdraiarsi a guardare il cielo se non hanno voglia di correre, di seguire l’istinto. Liberi anche di assumere le proprie responsabilità e di cavarsela da soli, se un compagno gli ha messo le scarpette sotto la doccia”.
Si allenano tutta la settimana, in terza, quarta o quinta elementare, per quella gara del weekend. E quando in gara toccano il muro, spesso vedete questi mini Orsi, mini Pellegrini e mini Paltrinieri guardare subito papà o mamma, non il tecnico. Seduti su quelle tribune dove tanti genitori fanno molto più spavento degli avversari e della distanza. Qual è l’espressione facciale e la parola che vale? Pensateci. Se si perde una finale c’è un’occasione in più per giocare.
Possiamo vivere meglio senza pressione. E quel 20% di energia? Facciamoglielo usare bene. Magari tutto.
In realtà una carriola non ci serve .

interessante su besport.it  LE EMOZIONI NELLA PRATICA SPORTIVA

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6 responses to “Se mia nonna avesse le ruote”

  1. Sì salvi chi può! says :

    La linea ,tra essere genitori presenti orgogliosi
    E l’essere invadenti e stressanti, è molto sottile.
    Dobbiamo più spesso fermarci e pensare se i nostri comportamenti spontanei sono stimolanti o distruggenti x i figli.
    Dobbiamo migliorare prima che sia troppo tardi.

  2. Gianluca says :

    Complimenti, davvero. In un post chiaro, conciso, scorrevole sei riuscito ad esprimere un mio preciso sentire.
    Avevo messo il tuo precetente ” fenomeni vs. scarsi” tra i preferiti, per rileggermelo di tanto in tanto, ma ora aggiungo anche questo.
    Un unico appunto da aggiungere va alle società sportive: invece di assecondare l’atteggiamento di molti genitori (forse solo per non perdere iscritti) dovrebbero fare loro il motto di cui sopra, e magari anche chiudere le tribune durante gli allenamenti.
    Grazie.

  3. Gigio says :

    Ottimo post! Complimenti!

  4. Isabella says :

    Touchè! Non so quanti genitori si siano sentiti colpiti nel profondo…personalmente io sì. Non tanto nella convinzione o pretesa di avere un figlio campione, né biasimando il lavoro di allenatori o giudici, che vanno sempre trattati col dovuto rispetto, ma nella erronea aspirazione a vedere i nostri figli vincenti, sempre e comunque…primi della classe, primi della squadra, primi del corso di cucina! Le motivazioni di questo aspirare a vedere i ragazzi primeggiare richiedono difficili e non sempre azzeccate spiegazioni sociologiche, che forse non riguardano un gruppo ristretto di famiglie, ma la nuova umanità che si è andata creando. Vincere la borsa di studio per non pagare tasse universitarie, vincere un concorso per guadagnare il posto in un ufficio pubblico, vincere alla lotteria per non doversi più preoccupare di come pagare l affitto. Vincere è diventato l obiettivo principe delle nostre vite e, di conseguenza, dei nostri figli. Io, dal canto mio, voglio provare a fare un passo indietro. In una epoca in cui non si dà il tempo a un ragazzino di confessare d avere preso un brutto voto a scuola, tanto i voti sono già on line in tempo reale, grazie al registro elettronico, come resistere alla tentazione di controllare sui vari siti specializzati i risultati delle gare appena fatte, così da poter essere i primi a dire con non velato orgoglio, al proprio figlio, che si è qualificato?voglio fare un passo indietro, Voglio fare questo tentativo, anche alla luce del fatto che, per inesperienza, più che per presunzione, avevo detto a mia figlia di essere in finale per una gara in cui in realtà non si era qualificata, dopo verifiche e correzioni, creando in lei un grande turbamento, invece della gioia che era mia intenzione darle. Prolissa lo sono stata di sicuro, pentita anche! Quindi da ora in poi dei risultati è meglio che se ne occupino gli allenatori, mentre noi genitori ci dedicheremo a un sano tifo dalle tribune…se almeno questo è consentito!!

    • Si salvi chi può says :

      Io ho visto anche genitori arrabbiarsi col figlio x una presunta falsa partenza. Morale della favola? Bimbo distrutto, piangente, NON SQUALIFICATO. a mia figlia non parlo di download di pdf e non anticipo niente. X loro la soddisfazione è essere in una squadra sana, senza pretese, divertirsi…..e……sentirsi dire dell’allenatore che nella prima gara fin che fai sei qualificato x una finale…….mentre i compagni contenti ti applaudono.
      IL GENITORE È ROMPISCATOLE……PUNTO.

    • ilFogliani says :

      Isa non era un post ad personam. Se torniamo a leggere in precedenti post, c’è anche un’allenatore/ice che bacchetta, a ragione, tutti. Io son cresciuto senza pressioni, quando è toccato a me ho cercato di trasmettere a mia figlia leggerezza nonostante lei sia caratterialmente molto inquadrata, quasi militare. Ora è adulta, all’estero, ma ringrazia la famiglia per il supporto che le offriamo quotidianamente e lo sport per la determinazione che l’ha forgiata. Ma non è stato certamente questo che le ha cambiato la vita.
      Un sorriso, un applauso, un abbraccio anche quando non va bene, servono. NOn sei lì per misurare i suoi successi. Sono solo loro.
      E chiarisco: un atleta per lo è tale anche a 10 anni perlomeno per l’impegno fornito, ma i risultati che contano, che misuri, io vorrei considerarli solo dopo i 15/16/17. Quando sono già grandi e arrivare in finale non è più un premio, ma l’occasione.
      Da esordienti è sì sfida, ma soprattutto crescita, gioco, chiasso, risate. Ed educazione. Si chiama disciplina sportiva perchè si dovrebbe imparare delle regole. Che ti serviranno per tutta la vita.

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